BIOGRAFIA

 

Pantaleo Cretì è nato a San Donato (Lecce) il 3 giugno 1948.

Sin da bambino mostra interesse per il disegno e la modellazione. Frequenta l'Istituto d'Arte di Galatina dove matura con ottimi risultati le sue capacità artistiche.

Dopo il diploma in decorazione plastica, negli anni 70 si sposa e di trasferisce a Como dove incomincia ad insegnare al Liceo "Teresa Ciceri".

Si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano che frequenta solo per poco tempo.

Nel 1982 vince il premio Mondadori per la scultura e l'opera viene esposta in due mostre: a Milano e a Roma.

Nel 2011 Pantaleo Cretì partecipa alla biennale di Venezia invitato da Vittorio Sgarbi

L'artista lavora tutti i materiali, dalla creta alla pietra.

Ha partecipato a mostre personali e collettive, in Italia e all'Estero.

Attualmente lavora nel suo studio a Como. 

 

HANNO DETTO DI LUI

 

Sfidando infatti le leggi di gravità, le sue forme, fantasmi di un mondo senza pietà e senza favola, col loro liberarsi dall'impaccio del peso stesso della materia liberandosi in posture innaturali e precarie, danno corpo ad un fluttuante mondo senza luce e voce, col risultato di proporsi a grottesche figurazioni dell'impossibilità di un'autentica comunità degli animi nel mondo contemporaneo, a dispetto della loro petulante e irridente presenza.

                                                                                                                             VINCENZO GUARRACINO

 

Con Pantaleo Cretì ho avuto un incontro occasionale in una Galleria di Mendrisio; c'è stata una visita al suo studio di Como. Nello scorrere poi anche i cataloghi quello che mi è sembrato di intuire (quasi in una prima condizione simbolica, emotiva) è stata la scena dell'esistere: un ampiezza di visione artistica, tra spazio e tempo, nella coscienza dell'oggi, del dissolvimento dell'unità, ma pure in un lascito di memoria.

                                                                                                                             STEFANO CRESPI

 

Il modo in cui queste opere riescono a proporsi in una sospensione ambigua tra tono drammatico e disincantata ironia è davvero sorprendente e sicuramente suggestivo.

E' un modo che direttamente deriva dalle caratteristiche peculiari della personalità dell'autore, delle particolarità del suo talento, conformati anche dalla sua condizione culturale di insegnante a contatto quotidiano con l'ansia rinnovatrice dei giovani, e senza dimenticare le sue esperienze di uomo del sud ormai profondamente e storicamente radicato nel profondo nord.

                                                                                                                              GIORGIO SEVESO

 

E' un'osservazione che vale soprattutto per l'interessante ciclo dei “Vescovi”, inquietanti e mobili visioni di una liturgia ridotta a simbolo ossessivo di solitudine e di claustrofobia. Prelati come tetre farfalle o uccelli notturni, che talora hanno la filosofia rapace, un becco sporgente, o offrono il viso paralizzato da una maschera di attonito raccoglimento, e spalancano le braccia le braccia in un gesto vorrebbe essere di abbraccio al mondo ma risulta più interrogativo che liberatorio, d'incertezza e non di pacificata comprensione.

                                                                                                                                 ALBERTO LONGATTI